L’affaire Nuctech e i rischi per la sicurezza degli acquisti al massimo ribasso

editoriale di essecome

E’ notizia di queste settimane che le autorità di Bruxelles hanno messo sotto inchiesta Nuctech, uno dei maggiori produttori mondiali di scanner per porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, dogane ecc, con l’accusa di aver adottato politiche di dumping per vendere i suoi apparati in Europa dove, nell’arco di un decennio, avrebbe vinto circa 160 appalti governativi per un controvalore di 120 milioni di euro, un dato che non tiene conto dei contratti con società private.
Poco nota al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, Nuctech farebbe parte della galassia di vendor hi-tech cinesi partecipati dal governo che da anni colleziona inchieste e sanzioni in giro per il mondo per presunte pratiche commerciali scorrette e/o per problemi di sicurezza e/o violazione dei diritti umani.

Del resto, basta fare un giro su Wikipedia per apprendere che già nel 2010 la UE aveva sottoposto i suoi prodotti ad un dazio anti dumping per cinque anni a seguito di un esposto di un produttore europeo; nel 2014 era stata bandita dagli aeroporti USA per motivi di sicurezza e nel 2020 era stata inserita nella lista nera del Dipartimento del Commercio; sempre nel 2020, il Canada aveva annullato le forniture di apparati per le proprie ambasciate a seguito di un report di Deloitte sulla sicurezza; tra il 2008 e il 2020 era stata coinvolta in inchieste nelle Filippine, in Namibia e Taiwan per corruzione e irregolarità varie negli appalti.

Oltre agli aspetti commerciali di cui si stanno occupando gli ispettori di Bruxelles, l’affaire Nuctech ripropone la questione dei rischi degli acquisti al massimo ribasso di servizi e tecnologie concernenti la sicurezza in senso lato, da qualsiasi parte del mondo vengano i potenziali fornitori.
In questo caso, i rischi sono particolarmente elevati in quanto gli scanner passano ai raggi X persone, bagagli e merci nelle IC del trasporto e non solo, raccogliendo dati personali di milioni di viaggiatori all’anno e informazioni riservate sui comportamenti delle comunità oltre, naturalmente, a dover assicurare la loro sicurezza fisica.
Stupisce e preoccupa che i responsabili degli acquisti di ben 160 obiettivi sensibili pubblici di tutta Europa, Italia compresa, non si siano posti il problema delle garanzie di sicurezza di dispositivi così critici malgrado gli allarmi lanciati da Belgio, Lituania e svariati altri governi sulle opacità di questo fornitore.

Con ogni probabilità, la causa di tanta leggerezza deriva dalla mancanza di formazione specifica del procurement che, non sapendo valutare i rischi cui sono esposti gli obiettivi da proteggere, si rifugia nel minor prezzo invece di cercare le soluzioni più adeguate, con buona pace dei regolamenti e delle direttive UE in materia di sicurezza dei dati personali e di cybersecurity.

Abbiamo un’idea per coloro che verranno eletti al prossimo Parlamento europeo: perché non regolamentare le modalità di acquisto di tutto ciò che impatta con la sicurezza e la salute delle dei cittadini europei prevedendo opportuni percorsi formativi per i responsabili del procurement pubblico e privato?
Una proposta di questo genere non dovrebbe trovare oppositori né a destra né a sinistra, farebbe evitare ai parlamentari di tutta Europa di venire passati ai raggi X da apparati di dubbia affidabilità quando andranno in aeroporto per tornare a casa.

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